Parliamo di: Diario 1941/1943 di Etty Hilesum

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Il nazismo rappresenta una pagina nera della storia mondiale. Credo sia utile ci siano state lasciate delle testimonianze perché ci mettono di fronte a quel lato di disumanità che l’uomo ha mostrato all’umanità intera. Non ci sono spiegazioni concrete del perché le ideologie che si radicano nel cuore e poi passano ai gesti rendono in tali circostanze il mondo malato, privo di speranza. È importante sapere, studiare, convivere con questo passato perché se dentro di noi c’è un minimo di consapevolezza allora possiamo nel nostro piccolo agire e reagire perché non venga replicato, non si sbagli più. Credo che a volte ignoriamo e non ci rendiamo abbastanza conto che ad ogni decisione c’è una reazione e ad ogni reazione poi c’è un punto di non ritorno.

Il clima che si respira attualmente fa pensare che dai nostri errori non impariamo mai… ma per fortuna ci sono altrettante persone consapevoli che non lo permetteranno. Se crediamo che il mondo non ci riguarda, che chi viene da lontano non ci riguarda, che chi appartiene a una nazionalità, razza, orientamento sessuale diverso non ci riguarda allora dovremmo smettere di sognare di partire verso mete sconosciute, mangiare etnico, vestirci con marche non prodotte al di fuori dei nostri confini. Non sto divagando, nemmeno banalizzando ma purtroppo dobbiamo anche fare i conti con l’incoerenza che governa la maggior parte di noi anche in merito alle scelte che facciamo nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano. Estrapolare ciò che ci fa più comodo del mondo, senza sentirsi cittadini del mondo, ponendo confini mentali (oltre che fisici) è riduttivo e impossibile nell’epoca dove grazie a internet parliamo e incontriamo tutto e tutti, compriamo ovunque, viaggiamo con la mente, conosciamo cosa accade in tempo reale a una velocità mai pensata prima. Siamo vittime inoltre delle nostre chiusure e la politica, chi ci governa le amplifica con un linguaggio e una gestualità non molto diversi dalle tecniche persuasive utilizzate in passato. Deve farci paura? Ovviamente sì, ovviamente nel lungo termine potrebbe portare a una visione dove non si riesce ad immaginare una vita diversa da questa.

Questo diario è infatti scomodo e scomoda è Etty, di origine ebraica, appartiene a una famiglia della borghesia intellettuale, con due lauree, una in giurisprudenza, l’altra in lingue Slave… che tale periodo di terrore lo vive con tutta se stessa perché dalla parte sbagliata dell’umanità ma nonostante tutto non smette mai di vedere il bene nel male che la sta attraversando. Per evitare di essere internata, nel 1942 va a lavorare come dattilografa in una delle sezioni del consiglio ebraico (nello stesso periodo Anna Frank iniziava a scrivere il suo diario, nascosta a poche miglia di distanza da lei).

Viene poi mandata nel campo di prigionia di Westerbork per essere infine caricata sul treno dei deportati, direzione Auschwitz dove muore il 30 novembre del 1943. Avrebbe potuto scappare, le avevano dato la possibilità di nascondersi, di proteggersi dall’orrore ma lei consapevolmente decide di non rifiutare il suo destino, di andargli incontro, accettarlo… sentiva dentro di sé che l’umanità intera la riguardava, che la disperazione che non risparmiava niente e nessuno la riguardava, il prossimo la riguardava. In questo suo agire filtra la luce, la speranza (che noi perdiamo continuamente anche per le cose più banali)… capace di salvarci dal buio che a volte ci governa, ci sovrasta.

La donna che non sapeva inginocchiarsi come si definisce lei, con le sue parole, ci insegna la necessità di non risparmiarsi, mettersi nei panni altrui nonostante i limiti, il niente, che non ci è dato capire tutto, compreso il male ma che l’esistenza è un autentico atto di abbandono verso l’ignoto ed è ciò che dà un senso alla nostra piccolezza, alla necessità di inquadrare, inquadrarci nella razionalità, negli schemi preconfezionati della mente, un po’ come meccanismo di difesa, un po’ per incapacità. L’importante è non arrendersi all’evidenza, è non rimanere fermi a guardare in prospettiva che gli altri decidano per noi, soprattutto se si tratta di scelte sbagliate, le sorti della maggioranza. Etty inoltre aveva una certa sensibilità religiosa che viene definita tutto meno che convenzionale. In Olanda la rivendicano come la quintessenza del cristianesimo, gli ebrei dell’ebraismo. Quando si rivolge a Dio però segue un cammino che non è dettato né da chiese né da sinagoghe, né da dogmi… dice infatti:

Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo Dio.

Questo aspetto me la rende molto vicina come l’ho sentita vicina nella sua ricerca di senso e di equilibrio interiore. Una donna di una bellezza rara che ha testimoniato il suo amore totale e incondizionato per ciò che la circondava, per l’arte… il suo sogno era diventare scrittrice, raccontare l’orrore, dopo averlo superato. Purtroppo le cose sono andate diversamente ma ci ha lasciato delle parole preziose, lucide, che aiutano a riflettere, ci mostrano il suo sforzo sia di avere a cuore gli altri che il dover gestire una situazione che la sovrastava, le faceva paura ma doveva affrontare e che fino all’ultimo ha vissuto con tutta se stessa.

Un libro, un diario che vale assolutamente la pena di leggere.

Parliamo di: Cecità di José Saramago

Alcune storie hanno personaggi ma non hanno nomi. Hanno una città ma può essere benissimo una qualsiasi città del pianeta. Hanno un evento che stravolge e avvolge l’esistenza… In tal caso è un morbo che arriva e contagia tutti, tranne uno (o forse dovrei dire una):
All’improvviso succede che i loro occhi non vedono più i contorni definiti delle cose, degli altri, nemmeno le ombre. È un tipo di cecità diversa dalla solita, è sconosciuta perché qui non si spegne la luce definitivamente, non arriva il buio ma domina il bianco, come un candore che abbaglia, permanente, irrisolvibile e quello che stavi facendo all’improvviso non puoi farlo più.

Nessuno viene risparmiato (tranne uno, o una, chi lo sa) e allora ciò diventa una emergenza, una epidemia da affrontare subito, nel miglior modo possibile, senza ulteriori danni. Tale allarme scatena smarrimento, che sfocia poi in isolamento perché a quanto pare, forse è contagiosa, o forse no, ma nel dubbio è meglio correre ai ripari. È caos, degenero totale… come l’istinto di sopravvivenza imperante, che sfugge al controllo, alla paura per lasciare solo dopo spazio alla rassegnazione, al “probabilmente ce lo siamo meritato”, anche se “chissà cosa faremo, come finiremo adesso il resto che ci rimane da vivere”.

Quello che più conta, che più salta all’occhio però è la violenza, lo schifo che ne esce fuori, insomma la miseria umana, anche la nostra dove a un certo punto devi farci assolutamente i conti. Quello che prima era dato per scontato, adesso non lo è più. Ed è proprio vero che spesso la debolezza, la menomazione, il difetto non ci rende migliori, anzi, tira fuori il peggio di noi. Inoltre proprio perché così, pretendiamo di essere giustificati. Il punto è quando siamo tutti nella stessa situazione: Capiamo il problema, ma non lo risolviamo perché non sappiamo come risolverlo e perché prima pretendiamo di guarire noi e poi gli altri.

Alla fine, dentro di te, arriva un’unica e desolante domanda: siamo davvero a un punto di non ritorno? L’uomo però si tiene e si mantiene grazie alla speranza. Quella c’è e ci sarà per sempre. Li salverà? Saramago denuncia tutta la nostra “cecità esistenziale” più che fisica: Negare la realtà circostante, perseguire l’io inteso come se ognuno fosse il proprio Dio, non aver cura dell’altro, assecondare il proprio istinto animalesco piuttosto che controllarlo, a discapito di chi abbiamo accanto, intorno. Una rappresentazione che ha un che di bestiale e grottesco… Dove forse a un certo punto se ne vede la risoluzione, grazie a una presa di coscienza ma non è un ragionamento che vale per chiunque, purtroppo.

Non so voi ma in queste pagine ci ho visto tanto del mondo di oggi e ho avuto paura. La bellezza dei classici è che sono senza tempo, rimangono attuali a prescindere da quando sono stati scritti… Chissà se a leggerlo uno poi si spaventa e cambia rotta. Un po’ come quando ti dicono “studia la storia per non commettere gli stessi errori”. No?

Il mio gioco del mondo al #SalTo19

Il #Salto19 è finito ormai da poco più di una settimana e trovo solo adesso il momento per parlarvene. Non ho fatto finta di dimenticarmene ma si sa che quando si partecipa a un evento di tale portata, che si ama (o si odia) poi è difficile riprendere in mano la propria routine come se nulla fosse successo e io ne sono stata proprio risucchiata dentro.

Questa è stata la mia quinta volta a Torino, alle prime quattro ci sono stata da bookblogger, all’ultima da lettrice (anche se in foto potete vedere chiaramente il pass): ho gestito per quasi 10 anni, insieme a Veronica, la mia grande amica il blog “la contorsionista di Parole” poi la vita ci ha portato a una battuta d’arresto… Il nostro amore per i libri rimane, ma quello spazio non lo riapriremo più, il suo tempo è finito.

Il Salone ha visto, per il secondo anno di fila, come presidente lo scrittore Nicola La Gioia. L’anno scorso, l’anno del suo esordio, non ci sono andata, quindi mi sono ritrovata di fronte a qualcosa di nuovo non solo nell’animo anche negli spazi: è stata chiusa un’ala del Lingotto e ne è stata aperta un’altra, l’Oval, dove sostanzialmente vi erano gli eventi più interessanti, le case editrici che più amavo (Sì sono einaudiana, lo ammetto qui e per sempre). Inoltre, dopo i tumulti dei giorni precedenti alla partenza, quando ho varcato la soglia mi sono chiesta come sarebbe stato, come avrei reagito, cosa avrei detto se mi fossi trovata a dover esprimere le mie idee dichiaratamente antifasciste… ma la situazione, con sorpresa, è stata gestita bene.

Qualche impressione random post Salone: Avrei macinato volentieri meno km; Il delirio del sabato l’avevo proprio rimosso; Il cibo continua a costare troppo; Sì ho provato a parlare anche coi muri, mentre facevo quelle code interminabili con la speranza di entrare, ma non sempre mi hanno calcolato; Ho conosciuto Francesca blogger di amalibri e siamo state insieme una giornata intera; Ho stretto la mano a Michela Marzano, scrittrice e filosofa (che meraviglia); Ho ringraziato Marco Peano per il suo libro “L’invenzione della madre”, letto in un periodo particolare della mia vita, mi ha segnato la storia e quello che si portava dentro; Ho disquisito per svariati minuti con due ragazze dello stand della casa editrice E/O del libro “Lucky” di Alice Sebold e alla fine ho deciso di prendere anche “Amabili Resti”; Ho voglia di tornare a scrivere… Non so quanto riuscirò ad essere fedele a tale impegno perché gestire uno spazio virtuale richiede una dose di tempo che spesso non ho ma dalla mia ho l’entusiasmo e la passione; Pif ovunque, in qualsiasi padiglione, a fare foto, selfie, a rispondere alle domande dei giornalisti; E infine… sono uscita dalla mia comfort zone andando ad ascoltare scrittori che non conoscevo, o conoscevo solo per sentito dire e l’esperimento è stato davvero interessante, stimolante.

Anche se in questi contesti, il livello di devastazione fisica ed emotiva è sempre grande (lo dimostra il fatto che appena arrivavo a casa non riuscivo nemmeno ad alzare un muscolo e vegetavo spudoratamente sul divano dei parenti che mi hanno ospitato) il mondo per me dovrebbe essere una manifestazione culturale/letteraria perenne per quello che ti offre, per gli scambi che ti dona, per lo stato d’animo che ti dà, per la mente che gira a mille, per gli occhi che non sanno dove guardare, per le gambe che continuano imperterrite ad avanzare anche se non ce la fanno più, per le persone che sembrano tutte raggiungibili, tutte disponibili… Per l’insieme. Sono tornata a casa svuotata ma al tempo stesso propositiva, piena di energia, idee come non succedeva da tempo.

Quindi in conclusione questa edizione la promuovo a pieni voti!!!  E speriamo di poterci tornare anche il prossimo anno!

to be continued (con gli incontri al quale ho partecipato)

#fralepagine: Qualcosa che s’impara di Gianluca Favetto

Mi chiedo se il perdono da ricevere e concedere c’entri con l’espiazione. E se può durare una vita, l’espiazione.

La storia altrui contiene mondi che possono emergere in te. può spiazzare.

Perdonarsi è più difficile che ricevere il perdono altrui, ma è anche un atto di umiltà: Se non ti perdoni vuol dire che hai la presunzione di essere infallibile, non sbagli mai, quindi non sei umano.

Se non dedichi tempo alle persone, le perdi.

#fralepagine: Perché non sono femminista di Jessa Crispin


Sei femminista?
Credi che le donne siano esseri umani e che meritino di essere trattate come tali?
Che le donne meritino gli stessi diritti e libertà concessi agli uomini?
Se sì, sei femminista, o almeno così continuano a sostenere tutte quelle che dichiarano di esserlo. 
Nonostante la definizione semplice e ovvia che ne dà il vocabolario, e malgrado decenni di militanza e l’impegno profuso in organizzazioni femministe no profit, non mi riconosco in quell’etichetta.
Se mi si chiedesse oggi se sono femminista, non soltanto risponderei di no, ma storcerei la bocca.

È per questo che il femminismo universale sarà sempre inefficace. Perché un femminismo che scaturisce dall’interesse personale, abbracciato perché offre un più facile accesso al potere – invece che per una qualche consapevolezza sociale – farà necessariamente parte di questo sistema di potere e di oppressione, e sarà quindi inutile come mezzo per arrivare ai diritti umani universali. Ormai le donne partecipano attivamente al sistema e ne traggono vantaggio.

Il rifiuto a sperimentare la scomodità del vero cambiamento, e il rigetto delle posizioni femministe radicali hanno portato al cosiddetto choice feminism, “il femminismo della scelta”, ossia la convinzione che qualsiasi cosa una donna sceglie, dal suo stile di vita alle dinamiche familiari al consumo di cultura pop, compie una scelta femminista per il solo fatto di aver scelto. Poiché nel passato più rigidamente patriarcale erano altri a scegliere per le donne, già soltanto operando una scelta, quale che sia, contrasti il patriarcato e agisci da femminista.

#fralepagine: Nato fuori legge di Trevor Noah

Avevo cinque anni, quasi sei quando Nelson Mandela venne scarcerato. Ricordo che lo vidi in televisione e che tutti erano contenti. Non sapevo perché, però eravamo contenti. Ero al corrente del fatto che ci fosse una cosa chiamata apartheid e che stesse per finire, il che era molto importante, ma non ne comprendevo le sfumature.

Vedevo, più di ogni altra cosa, che le relazioni non si sostengono sulla violenza, ma sull’amore.
L’amore è un’arte creativa. 
Quando ami una persona, le crei un mondo nuovo.

Da piccolo capivo che la gente era di colori diversi, ma nella mia testa bianco, nero e marrone erano come i tipi di cioccolato. Papà era quello bianco, mamma quello scuro, io al latte. Ma eravamo tutti solo cioccolato. 
Non sapevo che questo avesse a che fare con la “razza”. Non sapevo nemmeno cosa fosse.

Incontro spesso occidentali che insistono nel dire che l’olocausto è stato senza dubbio la peggiore atrocità nella storia umana. Sì, è stato orribile. Ma spesso mi domando quanto siano state terribili le atrocità africane, come quelle del Congo. In questo continente manca una cosa che gli ebrei hanno avuto, loro malgrado: la documentazione. I nazisti tenevano registri meticolosi, scattavano foto, giravano film. E il punto è proprio questo. Le vittime dell’Olocausto contano perché le contava Hitler. Sei milioni di persone uccise. Possiamo pensare alla cifra e trovarla, giustamente, orrenda. Ma quando si legge delle atrocità compiute contro gli africani, non ci sono numeri, solo ipotesi. È difficile trovare orrenda un’ipotesi. Quando il Portogallo e il Belgio depredavano l’Angola e il Congo, non tenevano il conteggio dei neri che venivano sterminati. Quanti ne saranno morti raccogliendo gomma nel Congo? E quanti nelle miniere d’oro e diamanti del Transvaal? Perciò in Europa e in America sì, Hitler è il grande Pazzo della Storia. Ma in Africa è solo un dittatore citato nei libri di storia.

#fralepagine: L’isola dell’abbandono di Chiara Gamberale

Stefano, Stefano, Stefano… è un nome amuleto il nome di chi amiamo? O non è piuttosto un nome tagliola […] perché intrappola e azzoppa la responsabilità di rispondere al nostro, di nome, con la nostra, di storia, invece di traslocare in un’altra persona – Persona Nostra che sei nei cieli – e rimettere a lei i nostri debiti, senza passare per i nostri debitori, inducendoci nella tentazione di amare qualcuno fino a dimenticarci di noi, perché lui, perché lei, così, ci liberi dal male? Quantomeno del nostro. Perché il suo male – quello di lui, quello di lei – comunque pesa meno, soprattutto nel momento in cui ci convinciamo che no, pesano uguali.

Si sentono tutti eroi tragici, ci sentiamo tutti protagonisti di un mito che smaniamo per raccontare, non vediamo l’ora di avvicinare il prossimo sconosciuto solo perché si fermi un attimo e ascolti, ma soprattutto permetta a noi di ascoltare la nostra voce ripetere ancora una volta che un giorno, tanti anni fa, poveri noi… Mi spiego? Lei aveva annuito, lui aveva ordinato un altro giro di ouzo. 
Ecco. Allora partiamo dal fatto, inconfutabile, che la vita è complicata…
{Pag.121}

Le parole, quante parole esistono, abaco cane mamma gatto papà zuzzerellone, ma quelle che ritagliamo per chi vorremmo sapesse davvero che cosa abbiamo dentro, e ci spiegasse anche che cosa non sappiamo noi, sono sempre sbagliate.
{Pag.173}

Arianna ama Stefano. Stefano ama Arianna, la sua “Occhi”, è così che la chiama… Durante una vacanza a Naxos però la abbandona, scappa con un’altra, per l’ennesima volta. Lei allora rimane là, conosce “Di” e ha una storia con lui. 
Ma all’improvviso una delle sue peggiori paure prende forma quindi si ritrova costretta a tornare a casa. La protagonista racconta gli ultimi 10 anni della sua vita. Lo fa perché adesso è madre, ha un figlio di cui prendersi cura… Quindi sente l’esigenza di dare una svolta a quello che sta vivendo, diventare una persona nuova, affrontarsi. Lo fa ritornando sull’isola, per guardare in faccia il perché il senso di abbandono che la accompagna da sempre la condiziona e condiziona chi le sta accanto.


Il romanzo si rifà al mito di Arianna che, proprio sull’isola di Naxos, viene piantata in asso dal suo Teseo. La leggenda narra che la donna per il troppo dolore sia diventata una stella. Un’altra versione invece narra che proprio lì incontra Dioniso, se ne innamora perdutamente diventando una divinità.

Chiara ci pone di fronte al fatto di quanto la parola “abbandono”, con le paure che porta con sé, spesso limita chi siamo… Come Arianna! Dipende sempre dalle accezioni che assume nel tempo, dalle esperienze che si fanno, dalle persone che si incontrano: può salvarti o ucciderti, può renderti schiava o libera, vittima o carnefice. A un certo punto, quando il dolore si fa troppo grande, l’unico desiderio è andare oltre a quello che non funziona, avere la capacità di lanciarsi nel vuoto, invece di provarlo e abbandonarsi.
Abbandonarsi, al contrario della paura dell’abbandono, è il risultato della più grande di tutte le felicità possibili, perché qualcuno con te resta sempre, qualcuno non ti lascerà mai sola, come Emanuele, come Damiano!

Buona lettura.

#fralepagine: L’animale che mi porto dentro di Francesco Piccolo

Quella necessità di battersi per le proprie convinzioni, il desiderio di martirio, la santificazione delle minoranze, il fallimento come accadimento più nobile del successo, la capacità di sacrificare se stesso in nome dei principi, di salire sul rogo se necessario, morire felici per le proprie idee e sentire il compromesso come una morte dell’anima […] – ecco chi sarei stato se non avessi avuto l’animale dentro.

La potenza di alcune persone, in un periodo della loro vita, si può misurare nel momento in cui appaiono all’ingresso: di una festa, di una cena, di una riunione. Ci si comincia a girare prima che entrino, perché si sente un’energia, un vento sul collo, si sente che sta per succedere qualcosa, e a un certo punto sulla porta appare una donna giovane, bellissima, sicura – che forse è arrivata apposta più tardi per godersi il brivido che provoca. Negli anni ho visto entrare centinaia di donne così, bastava essere belle, bastava essere giovani o seducenti. Ho visto entrare così anche uomini giovani e belli. E uomini e donne di successo, con i soldi, con una forza momentanea o stabile. 
E ho assistito molte volte, con il passare del tempo, a quando arriva il momento in cui le persone non si girano più. In cui sei ancora bella e viva, ancora sicuro o seducente ma in una festa così entra qualcun altro, e tu fai parte di quelli che stanno già dentro e si girano a guardare.
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#fralepagine: Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela

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Non sono nato con la sete di libertà. Sono nato libero, libero in ogni senso che potessi conoscere. […] Solo quando ho scoperto che la libertà della mia infanzia era un’illusione, che la vera libertà mi era già stata rubata, ho cominciato a sentirne la sete. Dapprima, quando ero studente, desideravo la libertà per me solo, l’effimera libertà di stare fuori la notte, di leggere ciò che mi piaceva, di andare dove volevo. Più tardi a Johannesburg, quand’ero un giovane che cominciava a camminare sulle sue gambe, desideravo le fondamentali e onorevoli libertà di realizzare il mio potenziale, di guadagnarmi da vivere, di sposarmi e di avere una famiglia, la libertà di non essere ostacolato nelle mie legittime attività. Ma poi lentamente ho capito che non solo non ero libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. E’ stato allora che sono entrato nell’African National Congress […] La libertà è una sola: Le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti, e le catene del mio popolo erano anche le mie. […] Sapevo che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità. […] La verità è che non siamo ancora liberi: Abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. […] Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo per qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: Il mio lungo cammino non è ancora alla fine.

#fralepagine: Passeggeri Notturni di Gianrico Carofiglio

passeggerinotturni

Passeggeri Notturni
di Gianrico Carofiglio

Einaudi Editore
104 pagine
€ 12,50
ISBN 9788806229344

uscito nel 2016

 

IPOCOGNIZIONE è vocabolo difficile, poco usato ma piuttosto importante. Indica la situazione di chi non possiede le parole – e dunque i concetti, i modelli di interpretazione della realtà – di cui ha bisogno per gestire la propria vita interiore e i rapporti con gli altri.

Il concetto di ipocognizione deriva da uno studio condotto a Tahiti negli anni cinquanta da Robert Levy, antropologo e psicoterapeuta. Nel tentativo di individuare la ragione dell’altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, Levy scoprì che i tahitiani non avevano le parole per indicare il dolore, al di fuori di quello fisico. Non avevano le parole per indicare la sofferenza spirituale. Naturalmente la conoscevano e la provavano, ma non avevano per essa un concetto e un nome. Dunque non erano in grado di identificarla. Non erano in grado di nominare, e quindi di elaborare, la fragilità, la tristezza, l’angoscia. La conseguenza di questa incapacità, nei casi di sofferenze intense, e per loro incomprensibili, era spesso il drammatico cortocircuito che portava al suicidio.

Racconto spesso questo aneddoto scientifico perché mi sembra faccia comprendere, molto più di un lungo discorso, quale sia l’importanza pratica – direi quasi materiale – delle PAROLE.

[…]

Le parole che utilizziamo possono avere un impatto straordinario non solo sulle nostre vite individuali, ma anche su quelle collettive. Le parole creano la realtà, fanno – e disfano – le cose; sono spesso atti di cui bisogna prevedere e fronteggiare le conseguenze, in molti ambiti privati e pubblici.

La buona politica è anche – forse soprattutto – dare il nome giusto alle cose.